La tragedia avvenuta nei giorni scorsi ad Amendolara ha riportato al centro del dibattito il tema del caporalato e dello sfruttamento della manodopera, una piaga che continua a segnare profondamente il mondo del lavoro, in particolare nel settore agricolo.
Secondo la CGIA di Mestre, l'episodio verificatosi nel comune dell'Alto Ionio cosentino potrebbe essere riconducibile a un sistema di sfruttamento che, ancora oggi, trova terreno fertile nelle campagne italiane, dove lavoratori vulnerabili, spesso immigrati, vengono impiegati senza adeguate tutele contrattuali, con salari ridotti e in condizioni di forte precarietà.
Violazione dei diritti
Il caporalato rappresenta infatti una delle forme più gravi di violazione dei diritti dei lavoratori. Non si limita allo sfruttamento economico, ma coinvolge anche aspetti legati all'alloggio, ai trasporti, alla sicurezza e all'inclusione sociale. Un fenomeno che negli anni ha assunto caratteristiche sempre più complesse, estendendosi ben oltre l'agricoltura e interessando comparti come l'edilizia, la logistica, i servizi di consegna e l'assistenza domiciliare.
La Piana di Gioia Tauro
Tra le aree storicamente più esposte figura anche la Piana di Gioia Tauro, considerata da decenni uno dei simboli dello sfruttamento dei braccianti agricoli. Qui, come in altre zone del Paese, la presenza di lavoratori migranti in condizioni di fragilità sociale e amministrativa ha favorito la diffusione di pratiche illegali legate al reclutamento e alla gestione della manodopera.
Nuove forme di sfruttamento
Negli ultimi anni, inoltre, il fenomeno ha assunto nuove forme. Gli esperti parlano sempre più spesso di "caporalato digitale", un sistema in cui il controllo dei lavoratori non passa necessariamente attraverso figure fisiche ma viene esercitato tramite piattaforme informatiche, algoritmi e software che organizzano, monitorano e valutano le prestazioni lavorative, arrivando in alcuni casi a determinare l'accesso stesso alle opportunità di impiego.
Lavoro nero: Calabria maglia nera
Il caporalato, tuttavia, non può essere separato dal fenomeno più ampio del lavoro nero, che continua a rappresentarne uno dei principali presupposti. I dati elaborati dall'Ufficio studi della CGIA su base Istat mostrano infatti come la Calabria sia la regione italiana più esposta all'irregolarità occupazionale.
Nel 2023 il valore aggiunto prodotto dal lavoro sommerso nella regione ha raggiunto l'8,3 per cento del totale dell'economia regionale, il dato più elevato a livello nazionale e ben superiore alla media italiana del 4 per cento. Ancora più significativo il tasso di irregolarità occupazionale: in Calabria raggiunge il 17,9 per cento, contro una media nazionale del 10 per cento. In pratica, quasi un lavoratore su cinque opera al di fuori delle regole fiscali, contributive e di sicurezza.
Numeri che aiutano a comprendere come il lavoro nero costituisca il terreno su cui possono svilupparsi forme più gravi di sfruttamento. A livello nazionale gli occupati irregolari sono oltre 2,6 milioni e più di un terzo si concentra nel Mezzogiorno.
Particolarmente esposti risultano i settori ad alta intensità di manodopera. Oltre all'agricoltura, che registra un tasso di irregolarità del 20,8 per cento, preoccupano il comparto dell'assistenza familiare, con quasi la metà dei lavoratori impiegati in modo non regolare, e quello della ristorazione e dell'accoglienza.
interv.
Paolo Zabeo - Coord. Centro Studi CGIA