Vai al contenuto
PUBBLICITÀ

Maysoon Majidi non è una scafista. 300 giorni in carcere per cosa?

Maysoon Majidi non è una scafista. 300 giorni in carcere per cosa?
Maysoon Majidi è libera. L'attivista curdo-iraniana non era una scafista, ma una migrante che con gli altri ha affrontato un terribile viaggio per fuggire dal luogo in cui – proprio per il suo impegno politico per i diritti umani - rischiava la vita. E che in Italia ha dovuto affrontarne un altro, altrettanto terribile, nei meandri di una giustizia che talvolta sa essere cieca fino al punto da negare l'evidenza. Un'evidenza che il collegio penale del Tribunale di Crotone, presieduto da Edoardo D’Ambrosio, ha riconosciuto al termine di una udienza fiume nella quale i testimoni della difesa hanno finito di demolire accuse che fin dall'inizio di questa sconcertante vicenda giudiziaria erano apparse a dir poco traballanti.

Accuse crollate

Perchè l'indagine, condotta dalla Guardia di Finanza, era basata praticamente solo sulle dichiarazioni (neppure registrate) di due migranti dello stesso sbarco che poi erano subito diventati introvabili. Solo per l'accusa, però, visto che avvocato e giornalisti sono riusciti a trovarli senza troppa difficoltà. Così, dopo aver tenuto in carcere per 10 mesi una ragazza di 28 anni, è bastato ascoltare le parole di una famiglia iraniana che era a bordo con Maysoon, di suo fratello che ha fatto il viaggio con lei, del presunto timoniere di quello stesso viaggio per capire definitivamente che Maysoon Majidi non poteva essere una scafista, né l’aiutante del presunto capitano dell'imbarcazione spiaggiatasi a Gabella il 31 dicembre del 2023 con 77 persone a bordo. Tanto da fare scrivere al Tribunale che tutto fa propendere per ritenere la Majidi una "mera migrante a bordo dell’imbarcazione", revocando la misura in atto per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

300 giorni in carcere

Alla decisione del Tribunale di restituirle la libertà, la giovane ha reagito mostrando tre dita della mano sinistra, simbolo della lotta per la difesa dei diritti umani. Poi Maysoon si è lasciata andare ad un pianto liberatorio tra le braccia del suo avvocato Giancarlo Liberati. Ora potrà attendere da persona libera l'esito del processo, che alla luce di quanto accaduto sembra scontato. Quello che non potranno restituirle, però, sono 10 lunghi mesi di vita, 300 giorni trascorsi in carcere, sulla base di accuse talmente deboli da dare vita ad un processo in cui spesso era distintamente udibile lo stridio delle unghie sul vetro. Un processo in cui anche la pubblica accusa, riconoscendo l'inconsistenza dell'impianto accusatorio, avrebbe reso un servizio alla Giustizia, quella con la G maiuscola.

Quanti altri Maysoon?

Ora, sostengono gli attivisti che da ogni parte d'Italia hanno supportato la causa di Maysoon, bisogna pensare a tutti gli altri casi simili. Perchè mai come oggi la domanda è lecita: quanti Maysoon sono in carcere in Italia in questo momento?