Nicola Gratteri nuovo procuratore di Napoli grazie alla destra ed al M5S

Nel suo caso, il proverbio manzoniano diventerebbe: dimmi contro chi vai e ti dirò chi sei. Dopo 30 anni trascorsi a combattere la 'ndrangheta, Nicola Gratteri lascia la Calabria e si trasferisce a Napoli, dove affronterà un nemico non meno insidioso e che, al contrario di quel che ora avviene poco frequentemente in Calabria, mai ha spesso di sparare, come dimostrano le due stese di Caivano di due giorni fa. Napoli era nel destino del magistrato di Gerace: un anno fa fu proprio il capo della procura partenopea, Giovanni Melillo, a soffiargli la guida della Procura nazionale antimafia, che pure sembrava essere il ruolo per lui più confacente. Ma la decisione di ieri pomeriggio del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura non è stata frutto di assoluta unità di vedute, anche se alla fine lo scarto con gli altri due candidati è risultato piuttosto ampio, 11 voti in più di Rosa Volpe, con la quale inizialmente condividerà gli uffici, 14 in più del procuratore di Bologna, Amato. Stavolta, però, sarebbe stato difficile anche per il più abbottonato ed autoreferenziale fra gli organi di autogoverno spiegare una scelta differente.
A 65 anni, gli ultimi 34 dei quali vissuti con la costante compagnia di una scorta, Nicola Gratteri andrà a dirigere la procura più grande d’Italia dopo i quasi 7 anni e mezzo a Catanzaro dove ha raccolto risultati straordinari. Ma tutta la sua carriera è stata costellata da inchieste che hanno suscitato clamore, fatto tremare la politica, indispettito i boss delle ndrine più potenti e temute. Nel 1989, quand’era sostituto presso la Procura di Locri, indusse alle dimissioni l’assessore regionale alla forestazione, terremotando la giunta Olivo. La sua costante preoccupazione è stata quella di riannodare i fili dei rapporti tra ndrangheta, politica e massoneria, di scoprire come le cosche calabresi abbiano allargato i loro confini mettendo le mani sull’economia di intere regioni, a partire dalle più ricche, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Lazio, e di intuire le rotte ed i canali di rifornimento dei traffici internazionali di droga ed i circuiti di circolazione dei ricavi, ovvero, delle enormi masse di denaro da riciclare. È lui ad avere illustrato la dimensione transnazionale della criminalità organizzata calabrese, la sua sconfinata potenza economica e di fuoco, il rapporto privilegiato instaurato coi cartelli colombiani della cocaina, la sua capacità di attecchire e prosperare dappertutto, in Nord America, come in Australia e Nuova Zelanda. Ed ovviamente in quasi tutta Europa: ha spiegato che in Germania i ristoranti di lusso di Berlino, Dusseldorf, Francoforte, Amburgo, sono quasi tutti nelle mani delle ndrine calabresi. Della possibilità di attentati ai suoi danni si parla da trent’anni, e le scoperte investigative, comprese quelle di arsenali di armi ed esplosivo, hanno messo in luce come, col tempo, le intenzioni di chi vuole eliminarlo si siano fatte, via via, sempre più feroci. Decine le intercettazioni telefoniche nelle quali si fa apertamente riferimento alla sua eliminazione. Oggi il dispositivo di protezione nei suoi confronti è al massimo livello organizzativo, umano e tecnologico, al pari solo di quello del pm siciliano Nino Di Matteo.
Ripercorrerne la carriera richiederebbe un tomo enciclopedico, o un servizio della durata di qualche ora. Per necessità di sintesi ricordiamo: la guida della Procura di Reggio Calabria nel 2009, le lusinghe dei capi di governo, da Letta che nel 2013 lo invitò ad elaborare proposte per combattere le mafie, a Renzi, che nel febbraio 2014 lo inserì nella lista del suo governo come ministro della giustizia dopo avergli assicurato che avrebbe avuto mano libera, come egli aveva richiesto. Ma uscendo dal Quirinale, nella lista come guardasigilli c’era scritto il nome di Andrea Orlando. Il 21 aprile 2016 la nomina a Catanzaro, i cui uffici giudiziari sono reduci dagli anni delle ispezioni ministeriali inviate da Mastella dopo le inchieste su ndrangheta, politica e massoneria di Luigi De Magistris, e dalle umilianti perquisizioni all’alba in casa di alcuni magistrati disposte dalla Procura di Salerno.
Tra le tante inchieste, i fiori all’occhiello sono quella sulla strage di Duisburg del 2007, che impressionò il mondo intero, e Rinascita Scott, per numeri e proporzioni paragonabile soplo al maxi-processo a cosa nostra di Giovanni Falcone. Ecco, Falcone: sono tante le analogie tra vita e carriera del magistrato palermitano e quello calabrese, compresa anche una certa detestabilità da parte di molti suoi colleghi. Ed anche molti dei plauditores di queste ore recitano un ruolo che avrebbe di sicuro ispirato De Andrè sulle miserie umane. C’è un dato politico su cui riflettere, messo in luce stamattina da Marco Travaglio nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano: Gratteri è stato appoggiato dai laici di destra e M5S, tra i progressisti di Area e Magistratura democratica per lui neanche un voto. E questo nonostante Gratteri sia tra i più acerrimi contestatori di Nordio, come lo era stato della Cartabia e delle loro riforme. Per questo, oggi la Meloni ed i suoi oggi fanno un figurone, anche se presto potrebbero pentirsi di averlo sponsorizzato.