'Ndrangheta e partiti in Calabria, il garantismo politico è un rischio troppo alto!

La 'ndrangheta non ha mollato, non cede, continua con arroganza a voler dimostrare il proprio potere. Perché? Pensiamoci bene. Se la 'ndrangheta fosse soltanto crimine organizzato in senso stretto, e cioè una sommatoria di banditi impegnati nel commettere vari reati (droga, armi, prostituzione, pizzo...) avrebbe tutto l'interesse, vista la sempre più forte azione delle Procure e delle Forze dell'ordine, a nascondersi, ad immergersi in attesa di tempi migliori, a non apparire, a non fare accendere i fari. Invece accade il contrario: la 'ndrangheta, come accadde in Sicilia con la mafia dei corleonesi, è spavalda, non recede, continua in tanti modi diversi a mandare messaggi di non arrendevolezza, e addirittura di sfida alle istituzioni. Perché accade questo? Perché la 'ndrangheta ha fatto il salto di qualità, è diventata terzo livello, si è infilata ovunque.
Tante inchieste della magistratura hanno dimostrato che i tentacoli della 'ndrangheta hanno raggiunto e penetrato la politica, le istituzioni, l'economia che ha un ruolo, l'imprenditoria, le professioni, la burocrazia, la massoneria deviata, in uno spettro di coinvolgimento che va dal "dialogo" con risvolti pratici, alla collusione, alla vera e propria affiliazione. Ecco quindi che la 'ndrangheta è diventata uno stato parallelo e che proprio per tale ragione non si può arrendere e nascondere. I protagonisti del terzo livello vengono fuori, di giorno in giorno, le inchieste affondano la lama e disegnano compromissioni talora inimmaginabili. La 'ndrangheta 2.0 è "costretta" a combattere fino in fondo, nella speranza di vincere e di non sparire. Lo immaginarono i corleonesi a Palermo, e molto probabilmente lo sta ipotizzando la 'ndrangheta con la cravatta: impaurire e minacciare la Repubblica fino al punto da farla recedere, da indurla a fare passi indietro, da obbligarla a non insistere troppo nel disvelamento del marcio che non riguarda i soli 'ndranghetisti "stricto sensu". I santuari della 'ndrangheta, quelli della commistione con pezzi della società che hanno ruoli importanti se non talora strategici, non possono assumere un atteggiamento passivo, ma devono scendere in campo e "lottare" contro coloro i quali intendono distruggerli. Mors tua vita mea!
Se quella appena descritta è una chiave di lettura valida, la politica e i partiti calabresi dovrebbero cambiare velocemente atteggiamento diventando meno garantisti e più attivi nello schierarsi. Ci stiamo riferendo al "garantismo politico" e non a quello giuridico e giudiziario. I tre gradi di giudizio con tribunali indipendenti e diritto alla difesa sono garantiti a tutti. Ciò che i partiti non possono garantire ai soggetti chiamati in causa per possibili collusioni con la 'ndrangheta è il "garantismo politico", e cioè una sorta di effettiva copertura politica in attesa dei tre gradi di giudizio. Perché? Semplice: il "garantismo politico" è troppo rischioso, in quanto consente a quanti sono accusati di collusioni con la 'ndrangheta di continuare ad avere ruoli, di determinare scelte, di sostenere candidati, di muoversi nelle istituzioni, di contaminare il contaminabile, addirittura di porre veti e orientare. Non è possibile. Non è tollerabile.
Il "garantismo politico" non nega, ripetiamolo, il "garantismo giudiziario", ma lo rafforza. I partiti in Calabria, e non solo, sono chiamati a interrompere i rapporti e a non dare più copertura politica a quanti siano sospettati di avere rapporti con la 'ndrangheta. Ci si perdoni il riferimento al "Covid-19": quando il rischio è alto, è giusto che si finisca in quarantena! I partiti calabresi, quindi, facciano meno parole e siano più conseguenziali, anche sul piano delle enunciazioni di principio.