Dietro la stagione degli attentati mafiosi degli anni Novanta ci sarebbe stato un progetto diretto non soltanto a seminare terrore, ma anche a influenzare le scelte delle istituzioni. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza del processo 'Ndrangheta stragista bis, depositate dalla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria.
La storia
L'inchiesta 'Ndrangheta stragista è una indagine della DDA di Reggio Calabria che ha dimostrato il coinvolgimento diretto della 'ndrangheta nella strategia terroristica ed eversiva delle "stragi continentali" degli anni '90, agendo in piena sinergia con Cosa Nostra.
Le motivazioni della sentenza del processo d'Appello bis (depositate a novembre 2026) hanno sancito che la strategia stragista non fu una mera esplosione di violenza, ma uno strumento politico e destabilizzante finalizzato a piegare lo Stato, ricattare le istituzioni e ottenere una revisione degli equilibri legislativi e politici, con particolare riferimento ai benefici carcerari e al regime di 41-bis.
L'obiettivo: intervenire sulle leggi antimafia
Secondo i magistrati, la collaborazione tra le organizzazioni mafiose siciliane e calabresi avrebbe avuto anche lo scopo di esercitare una forte pressione sul potere politico, nella prospettiva di ottenere un allentamento delle misure restrittive. Nel mirino, in particolare, le disposizioni sull'ergastolo, il regime carcerario del 41 bis e le norme relative ai collaboratori di giustizia.
La Corte evidenzia quindi una finalità che andava oltre gli attacchi armati: utilizzare la minaccia terroristica per incidere sugli assetti istituzionali e sulle decisioni legislative.
Le condanne per i delitti contro i carabinieri
Il pronunciamento, arrivato dopo l'annullamento con rinvio della Cassazione, ha confermato lo scorso luglio le pene dell'ergastolo per il boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone. La decisione era stata sollecitata dal procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Giuseppe Lombardo.
I due sono stati individuati come mandanti degli attentati contro i militari dell'Arma in Calabria. Tra gli episodi più gravi figura l'agguato del 18 gennaio 1994, quando, nei pressi dello svincolo di Scilla, furono assassinati i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.
Graviano e Filippone, i ruoli nella strategia mafiosa
Nella ricostruzione dei giudici, Graviano avrebbe avuto una posizione di primo piano nella prosecuzione del progetto stragista dopo la stagione di Totò Riina, occupandosi sia della componente esecutiva sia della dimensione intimidatoria rivolta alla politica.
A Filippone viene invece attribuita una funzione di collegamento tra le articolazioni criminali calabresi e i vertici siciliani di Cosa nostra, favorendo la connessione tra i due ambienti mafiosi.
Gli attentati come strumento di ricatto istituzionale
Anche la scelta delle vittime assume un significato preciso nella valutazione della Corte. Colpire i carabinieri, sottolineano i magistrati, significava attaccare direttamente un presidio dello Stato e alimentare un clima di insicurezza.
Gli attentati vengono così inquadrati in una strategia di intimidazione finalizzata a condizionare le istituzioni e a ottenere cambiamenti nelle politiche giudiziarie e penitenziarie. Una lettura che attribuisce alla stagione stragista una precisa dimensione politica, oltre che criminale.




