
C’è anche un appalto pubblico della Città Metropolitana di Reggio Calabria tra quelli al centro della maxi inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina, che ha portato all’esecuzione di 12 misure cautelari nei confronti di persone accusate, a vario titolo, di aver gestito illecitamente importanti lavori pubblici attraverso una presunta organizzazione criminale.
I carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina hanno eseguito un’ordinanza del Gip che dispone gli arresti domiciliari per sei persone, ritenute dagli investigatori promotori del gruppo, mentre per altri sei imprenditori è stato disposto il divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica amministrazione.
L’appalto a Reggio
Tra le opere finite sotto accertamento figurano anche i lavori per l’efficientamento energetico del Centro Direzionale della Città Metropolitana di Reggio Calabria, oltre ad altri interventi realizzati in Sicilia, tra cui manutenzioni autostradali, opere idrauliche e lavori di difesa costiera.
Secondo l’accusa, le imprese che avevano ottenuto gli appalti avrebbero affidato irregolarmente l’esecuzione dei lavori a una struttura parallela che gestiva direttamente cantieri, mezzi e personale, eludendo le procedure previste dalla legge.
L’indagine partita da una denuncia
L’inchiesta è nata nel 2021 dopo la denuncia del rappresentante di un consorzio di imprese, che aveva segnalato la presenza in un cantiere di un imprenditore messinese già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il sistema
Le successive indagini, condotte attraverso intercettazioni e approfondimenti economico-finanziari, avrebbero fatto emergere un sistema basato su subappalti illeciti, false fatturazioni, noleggi fittizi e impiego di lavoratori irregolari. Gli investigatori contestano anche presunte irregolarità nell’esecuzione di alcune opere, tra cui l’utilizzo di materiali non conformi a quelli previsti dai capitolati d’appalto.
Secondo gli inquirenti, il denaro ricavato sarebbe stato in parte “ripulito” attraverso un sistema di false fatture per forniture di carburante mai effettuate. Il flusso economico ricostruito nel corso delle indagini ammonta a circa 377 mila euro.





