La decisione della Corte d’Appello
Si è concluso in secondo grado il processo “Propaggine”, nato da un’indagine della Dda di Reggio Calabria contro la cosca Alvaro di Sinopoli. I giudici della Corte d’Appello, presieduti da Alfredo Sicuro, hanno ridisegnato il quadro accusatorio con otto assoluzioni, alcune conferme e una rideterminazione delle pene.
Le ipotesi investigative e il contesto
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il sodalizio avrebbe esercitato la propria influenza anche nell’area di Cosoleto, dove sarebbe stato individuato un gruppo collegato alla struttura di Sinopoli, pur con una propria articolazione operativa. L’inchiesta, condotta tra Reggio Calabria e Roma, aveva ipotizzato l’esistenza di un’organizzazione mafiosa con ramificazioni anche nella Capitale.
Le assoluzioni disposte in appello
I giudici hanno confermato l’assoluzione già stabilita in primo grado per Carmelo Alvaro, Giovanni Penna, Carmela Penna e Maurizio Rustico, rigettando le richieste della Procura. Stessa sorte anche per Antonio Alvaro detto “Massaru ’Ntoni”, Alfredo Ascrizzi, Francesco Luppino e Carmelo Versace, usciti definitivamente dal procedimento.
Condanne confermate e pene riviste
Restano invece valide le condanne per Domenico Alvaro (“Micu u Merru”) e Carmine Penna, entrambi a 17 anni di reclusione, e per Antonino Penna, condannato a 20 anni, con la cancellazione dell’aggravante della abitualità nel reato.
Per Francesco Carmelitano, la Corte ha invece ridotto la pena da 14 a 12 anni, rispetto alla sentenza di primo grado.
Il filone investigativo tra Calabria e Capitale
Il procedimento si inserisce in una più ampia indagine che aveva già portato a un primo troncone processuale a Roma, con diverse condanne nei confronti degli imputati ritenuti appartenenti alla rete della cosiddetta “Propaggine” attiva nella Capitale.
