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Armi da guerra, 3 arresti della Guardia di Finanza a Gioia Tauro

Armi da guerra, 3 arresti della Guardia di Finanza a Gioia Tauro

Tre persone sono state arrestate a Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, con l’accusa di detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni e armi clandestine. L’operazione è stata condotta dalla Guardia di Finanza su disposizione dell’autorità giudiziaria.

Su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, il gip Andrea Iacovelli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei tre indagati. Secondo quanto emerso dalle indagini, uno di loro sarebbe ritenuto vicino alla cosca Molé, storica articolazione della ‘ndrangheta attiva nel territorio di Gioia Tauro.

I dettagli dell’inchiesta sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa tenuta al Comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria. All’incontro con i giornalisti ha partecipato il procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli, che ha presentato gli sviluppi dell’operazione e gli elementi emersi dalle indagini.

Armi da guerra, pistole, fucili e persino tritolo: è questo il quadro emerso dall’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato all’arresto di tre uomini accusati, a vario titolo, di detenzione e commercio illecito di armi da guerra, armi comuni, armi clandestine e ricettazione.

L’operazione è stata eseguita dal Comando provinciale della Guardia di Finanza con il supporto dello Scico e della componente aerea delle Fiamme Gialle. Due persone sono state condotte in carcere: Vincenzo Condello, 35 anni, e Salvatore Infantino, 39 anni. Per un terzo indagato, Vincenzo Severino, 43 anni, il giudice per le indagini preliminari Andrea Iacovelli ha disposto gli arresti domiciliari.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore Giuseppe Borrelli insieme all’aggiunto Stefano Musolino e al sostituto Lucia Spirito, attribuisce a Infantino – ritenuto figura centrale nell’indagine – anche l’aggravante del metodo mafioso. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe agito favorendo gli interessi della cosca Molé di Gioia Tauro.

Le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria e del Gico sono partite dall’analisi di alcune chat criptate riconducibili agli indagati. Proprio da queste conversazioni, secondo gli investigatori, sarebbe emersa la disponibilità di un vero e proprio arsenale di armi. Gli indagati avrebbero fotografato pistole, fucili e kalashnikov per proporli in vendita o scambiarli con potenziali acquirenti, alcuni dei quali rimasti ancora ignoti.

Le immagini dei kalashnikov rinvenute nelle chat hanno inoltre permesso agli investigatori di collegare quelle armi a un sequestro effettuato dai Carabinieri nel gennaio 2025, quando diversi fucili d’assalto erano stati trovati interrati nelle campagne di Gioia Tauro. Sugli stessi sono state poi individuate impronte digitali riconducibili agli arrestati.

Secondo gli inquirenti, i tre avrebbero gestito una sorta di “supermarket delle armi”, con disponibilità anche di materiale esplosivo. Tra gli elementi sequestrati figurano infatti circa 600 grammi di tritolo proveniente dall’ex Jugoslavia e una pistola mitragliatrice di fabbricazione tedesca risalente alla Seconda guerra mondiale.

Nei confronti di Infantino, soprannominato “Testazza”, pesano inoltre le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia che lo collocano in ambienti vicini alla ’ndrangheta. Per gli investigatori, l’uomo avrebbe avuto un ruolo funzionale al rafforzamento militare e al mantenimento del potere criminale della cosca Molé.

Gli sviluppi dell’indagine si inseriscono anche nel contesto delle storiche tensioni tra le cosche Molé e Piromalli, entrambe radicate nel territorio di Gioia Tauro. Sullo sfondo resta la lunga faida che nel 2008 portò all’omicidio del boss Rocco Molé. Secondo la ricostruzione della Dda, il gruppo Molé stava tentando di riorganizzarsi militarmente, dotandosi di un arsenale per fronteggiare eventuali azioni della cosca rivale.