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Torino, niente funerali pubblici per il mandante dell'omicidio Caccia

Torino, niente funerali pubblici per il mandante dell'omicidio Caccia
Vrrà trasferita dalle camere mortuarie dell'ospedale direttamente al cimitero la salma di Domenico Belfiore. Nessun funerale pubblico, dunque, per il boss della 'ndrangheta condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio del magistrato Bruno Caccia. Lo ha deciso la questura di Torino, che ha stabilito che l'ultimo saluto a Belfiore sia dato in forma strettamente privata.

Ciotti: "No ai funerali in Chiesa"

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, era stato molto critico sull'opportunità di celebrare una cerimonia in chiesa. "E' un errore pastorale - ha affermato - una ferita in più ai familiari delle vittime. Una messa solenne per un mafioso non pentito è mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi". "Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera". Secondo Ciotti "essere chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche se scomoda. Il 'mi faccio i fatti miei' è il miglior alleato delle mafie. Quando una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non scontentare nessuno, si crea l'humus fertile per la sopravvivenza del male. Il funerale a Belfiore non è un caso isolato: è il sintomo di una zona grigia che ancora esiste".

Paola Caccia: "Si chiude spiraglio sulla verità"

"Trovo giusto che non ci siano celebrazioni pubbliche - gli fa eco Paola Caccia, figlia del magistrato ucciso - Quanto alla dimensione religiosa, non mi pronuncio: la questione attiene a una sfera diversa".Con la morte di Belfiore, spiega la donna, "si è chiuso anche questo spiraglio, anche questa possibilità di chiarire i tanti punti ancora oscuri sul delitto".
Bruno Caccia, capo della procura di Torino, venne ucciso sotto casa nel 1983. Fu la 'ndrangheta a decidere di eliminarlo, e Belfiore fu condannato quale mandante. Mancano però all'appello i nomi dei componenti del commando. E la famiglia è convinta che lo scenario in cui è maturato il delitto sia più ampio di quello tratteggiato dalle carte processuali.