Il funerale in chiesa per Domenico Belfiore, storico esponente della ’ndrangheta morto a 73 anni all’ospedale di Chivasso, riaccende il dibattito sul rapporto tra Chiesa e mafia. A intervenire è don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, che in un’intervista a La Stampa esprime una posizione netta.
La posizione di don Ciotti
“Pregare per un defunto è un gesto di carità che non si nega a nessuno, perché la misericordia di Dio supera i nostri peccati”, afferma Ciotti. “Ma una messa solenne per un mafioso che non si è mai pentito non è soltanto preghiera. Significa collocare un uomo responsabile di sangue sullo stesso altare dei santi. È questo il messaggio che vogliamo dare alle nostre comunità?”.
Belfiore era stato condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, assassinato il 26 giugno 1983. Le esequie sono previste nella parrocchia Madonna del Loreto di Chivasso.
Secondo il fondatore di Libera, una celebrazione religiosa per chi ha ucciso senza aver manifestato pubblicamente pentimento rappresenta “non solo un errore pastorale, ma un’ulteriore ferita per i familiari delle vittime”. Un segnale che, a suo avviso, rischia di relegare il dolore di chi ha perso un proprio caro per mano mafiosa in secondo piano. “Dobbiamo chiedere scusa per questo”, aggiunge.
Ciotti richiama la Chiesa a una scelta chiara nei territori segnati dalla presenza mafiosa. “Essere Chiesa in queste realtà significa avere il coraggio di posizioni anche scomode. L’indifferenza e il ‘non mi riguarda’ sono il terreno su cui le mafie continuano a prosperare. Il caso Belfiore non è isolato, ma indica l’esistenza di una zona grigia che ancora resiste”.
Il Vescovo di Ivrea
Di diverso avviso la posizione espressa dal vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera, che invita a distinguere tra ciò che è visibile e la dimensione della coscienza personale. “Sappiamo quali reati abbia commesso in vita, ma non possiamo conoscere un eventuale pentimento interiore”, ha dichiarato a La Stampa. Non potendo entrare nel foro interno della persona, la Chiesa – ha spiegato – procede affidando il defunto alla misericordia di Dio. La celebrazione, concordata con la famiglia, sarà inserita nella liturgia della Parola e avrà un carattere sobrio e semplice.
Anche il parroco don Tonino ha chiarito di non aver ricevuto indicazioni contrarie dalla Curia. “Non sapevo chi fosse quell’uomo”, ha affermato. “Lo affiderò a Dio come peccatore, ma il giudizio spetta a Lui”.
Il caso apre così una riflessione più ampia sul significato pubblico delle esequie religiose quando riguardano figure condannate per gravi reati di mafia, tra il principio della misericordia e il rispetto della memoria delle vittime.
