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Osteoartrite del ginocchio, uno studio collega la malattia all'influenza del microbiota

Osteoartrite del ginocchio, uno studio collega la malattia all'influenza del microbiota

Alterazioni del microbiota intestinale sarebbero associate all’osteoartrite del ginocchio. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports e realizzato da Wellmicro in collaborazione con l’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Cnr e l’Università Magna Graecia di Catanzaro.

Approccio innovativo

La ricerca introduce un approccio innovativo allo studio della patologia, combinando l’analisi avanzata del microbiota intestinale con modelli di machine learning. L’obiettivo è stato quello di mettere in relazione la composizione dei batteri intestinali con i parametri clinici e funzionali dei pazienti.

Gli studiosi hanno esaminato campioni fecali e dati clinici di 18 pazienti affetti da osteoartrite del ginocchio, confrontandoli con quelli di 20 soggetti sani della stessa fascia d’età. I risultati mostrano una differenza significativa nella diversità del microbiota tra i due gruppi.

Taxa batterici

In particolare, sono stati individuati alcuni taxa batterici — tra cui Blautia luti, Collinsella aerofaciens e Butyricicoccus faecihominis — in grado di distinguere i pazienti affetti dalla patologia rispetto ai controlli sani. Inoltre, l’analisi ha evidenziato correlazioni tra i principali phyla batterici (Bacteroidetes e Firmicutes) e vari indicatori clinico-funzionali, suggerendo un possibile ruolo del microbiota nella modulazione dell’infiammazione sistemica e della capacità motoria.

Alcuni microrganismi con proprietà immunomodulanti e antinfiammatorie, come Faecalibacterium prausnitzii e Blautia luti, sono risultati associati a migliori performance fisiche e a una minore percezione del dolore, aprendo la strada a un’interpretazione più funzionale del microbiota.

In Italia l’osteoartrite del ginocchio rappresenta una delle forme più diffuse di artrosi: si stima che oltre cinque milioni di persone convivano con questa patologia, la cui incidenza cresce con l’età, soprattutto oltre i 65-70 anni. Lo studio, sottolineano i ricercatori, potrebbe contribuire in futuro allo sviluppo di strategie terapeutiche più personalizzate.