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Ferramonti di Tarsia, la memoria che interroga il presente

Ferramonti di Tarsia, la memoria che interroga il presente
Ricordare non significa solo “guardare al passato”: è un verbo che richiede di essere messo in relazione con il presente. La memoria va custodita, tenuta viva; ci impone un dialogo costante con il tempo che viviamo. Altrimenti rischia di svuotarsi di significato, perdendo il suo senso più profondo: quello di fungere da monito per il presente, offrendo gli strumenti per riconoscere e contrastare gli errori e gli orrori che l’umanità ha commesso. Affinché quel “mai più”, che tante volte sentiamo pronunciare a gran voce, non resti mera retorica, ma diventi consapevolezza e responsabilità civile. Il 27 gennaio il Museo internazionale della memoria di Ferramonti di Tarsia ha ospitato le celebrazioni ufficiali e istituzionali del Giorno della memoria in Calabria. Un'importante occasione di commemorazione e riflessione collettiva, dedicata alle vittime delle persecuzioni razziali e a chi, in questo luogo, ha conosciuto la privazione della libertà. All'evento hanno preso parte istituzioni, cittadini, rappresentanti del mondo culturale e religioso. Tra questi, la prefetta di Cosenza Rosa Maria Padovano, la direttrice del Museo della memoria Ferramonti Teresina Ciliberto, e il sindaco di Tarsia Roberto Ameruso. Durante la cerimonia, sono state consegnate quattro medaglie d’onore ai familiari di deportati nati in Calabria e internati a Ferramonti: storie personali che restituiscono concretezza e umanità alla memoria storica.

Ferramonti, una storia atipica

Ferramonti, un tempo conosciuto come campo di concentramento Media Valle di Crati, fu il più grande campo di internamento fascista italiano; la sua attività iniziò nel 1940. Nel 1943 fu liberato dagli inglesi e trasformato in campo di transito per profughi e sopravvissuti, fino al 1945. Ospitò circa 3.000 ebrei, stranieri e antifascisti, distinguendosi per una peculiarità: nessuno dei suoi internati fu direttamente deportato nei campi di sterminio. Nonostante la condizione di prigionia e segregazione, a Ferramonti si sviluppò una comunità interna con scuole, biblioteche e teatro; furono persino celebrati matrimoni. Nel dolore, trovò il modo di farsi spazio la speranza. Dal 2004 questo luogo è un museo: uno spazio di studio e testimonianza, rivolto soprattutto alle nuove generazioni, affinché la memoria continui a essere strumento di consapevolezza e responsabilità civile.