Mons. Savino ai giornalisti: «È l'ora della responsabilità condivisa»

La più grande assente, l'ospite più scomoda nel dibattito pubblico, oggi, è la verità. Intorno a questa constatazione, tanto semplice quanto essenziale, si è snodata l’omelia di mons. Francesco Savino in occasione della messa regionale per San Francesco di Sales, celebrata domenica 25 gennaio a Paola. Un intervento che ha intero interrogare direttamente il ruolo del giornalismo nel tempo della guerra, della propaganda becera, della crisi della democrazia.
La celebrazione si è svolta presso il santuario regionale di San Francesco di Paola, alla presenza di giornalisti, cittadini e autorità civili e religiose. A presiedere la messa è stato mons. Savino, vescovo di Cassano all'Ionio e vicepresidente della Conferenza episcopale calabra. L’iniziativa, ricorrenza annuale in occasione della festa del patrono dei giornalisti e degli operatori della comunicazione, è stata promossa dall’Ordine dei giornalisti della Calabria in collaborazione con i circoli della stampa di Cosenza “Maria Rosaria Sessa”, del Tirreno Cosentino e del Pollino-Sibaritide, con il supporto del Santuario. Presenti, tra gli altri, il sindaco di Paola Roberto Perrotta, il procuratore della Repubblica di Paola Domenico Fiordalisi, e il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Calabria Giuseppe Soluri.
Cuore della celebrazione è stato l’intervento di mons. Savino, un’omelia densa di significato. Al centro il valore del saper porsi sempre delle domande, anche se ciò significa mettere in dubbio quelle che consideriamo erroneamente certezze, e senza le quali, potremmo sentirci vacillare. Non avere timore di porsi degli interrogativi, per il vescovo, è uno strumento indispensabile per la crescita personale e collettiva. Questo non è più tempo, ha sottolineato, di “pensieri corti”, di pensieri “liquidi e gassosi”, che troppo a lungo hanno intorpidito coscienze e intelligenze. È anzi tempo di pensieri profondi, di tornare - ha detto, richiamando Cartesio - a una res cogitans e una res extensa, perché solo così riusciremo a navigare la complessità della realtà in cui viviamo.
Oggi - ha ricordato il vescovo - sono oltre sessanta i conflitti in corso nel mondo, molti dei quali, purtroppo, dimenticati. Dal Sud Sudan al Congo, dalla Nigeria ad altre aree marginali del pianeta: esistono guerre che non trovano spazio nel racconto pubblico. Anche quando il conflitto è sentito più vicino, come in Ucraina o a Gaza, il rischio resta quello di una comunicazione compromessa da slogan e propaganda, incapace di restituire la verità con chiarezza e oggettività. Da qui il richiamo a una responsabilità che non può più essere delegata. Viviamo, secondo Savino, un "tempo notturno", un tempo buio che ha bisogno di luce. È l’ora della corresponsabilità, di una responsabilità che sia condivisa e differenziata, che interpelli tutti, a partire da chi comunica. Un appello che il vescovo rivolge anche alla Calabria, definita «regione bellissima, carismatica, talentuosa», ma chiamata a un profondo cambiamento culturale e di mentalità.
Rivolgendosi direttamente ai giornalisti, Savino ha posto pertanto una domanda cruciale: chi è oggi il giornalista? Qual è la sua identità nel terzo millennio? Richiamando il filosofo Nietzsche e l’idea che non esistano fatti ma solo interpretazioni, il vescovo ha messo in guardia dal rischio di confondere il racconto dei fatti con la loro lettura, (s)cadendo nel personalismo. I giornalisti, ha affermato, hanno il compito di distinguere la realtà dall’interpretazione, lasciando ai lettori e agli ascoltatori lo spazio dell’esercizio critico. Il punto centrale resta però quello etico. «Il compito oggi, morale, deontologico ed etico della comunicazione è essere organici alla verità», ha affermato Savino, richiamando la definizione di verità di San Tommaso d’Aquino come adaequatio rei et intellectus, ovvero corrispondenza tra realtà e intelligenza. Da qui l’invito più forte: quello di non vendere mai la propria intelligenza, non piegare il racconto dei fatti a ragioni d’interesse o convenienza.
Savino ha infine esortato i giornalisti a ispirarsi ai principi della giustizia e della responsabilità civica. A dar voce a chi non ne ha, a chi è vittima di ingiustizia, custodendone i volti. Non lasciando soli coloro che denunciano, avendo anzi la forza di fare anche della denuncia, un “atto di rivelazione”. L’omelia si è conclusa con un augurio che è anche un invito, e certamente un motivo di riflessione, per il mondo dell’informazione: «Non perdete la vostra umanità. Date voce e volto a chi voce e volto non ne ha, in questa nostra società. Siate sempre e comunque comunicatori della realtà e della verità. E mi permetto di dire, affidandomi a un verbo a me molto caro: questa è l’ora, questo è il tempo di osare. Se potete, care giornaliste e cari giornalisti, osate sempre di più».