Alessandro Barbero e la tormentata umanità di San Francesco

Avete presente l’immagine di Francesco d’Assisi che parla agli uccellini, ammansisce il lupo, in divino afflato col cosmo? Bene: dimenticatevene. Ciò che emerge dal best-seller di Alessandro Barbero, che ieri sera ha ammaliato il gremitissimo Teatro Politeama di Catanzaro, frutto dell’elaborazione delle sette biografie più prossime alla sua morte, è l’immagine di un uomo tormentato, scomodo, iracondo, scosso dai dubbi. Umano.
Le biografie stesse contrastano, sono state riscritte, a seconda delle esigenze della Chiesa, del tempo, dell’Ordine, del Pontefice regnante. Ferma restando, s’intende, l’enormità delle sue scelte, oggi pressoché incomprensibili giacché confinanti con l’autodistruzione di sé: intransigenza che si tramuta in masochismo, povertà spinta fino alle rinunce più estreme che difatti, dopo la sua morte, i frati dell’Ordine non intendono seguire, con la condiscendenza di Papa Gregorio IX. Ideali che lo avevano spinto a dimettersi, e tuttavia a continuare a dettare la linea, con inflessibile severità. Uomini esemplari, i santi, ma pur sempre uomini. E chi li ha raccontati, da sempre, ricorda Barbero, non ha avuto come spinta primaria l’amor di verità…
Anche sull’ambientalismo ante-litteram, il pacifismo, il dialogo ecumenico, Barbero spiega che l’immagine del santo è più spesso corrisposta ad una visione romantica.
Ciò che però più di tutto incuriosisce lo storiografo è il rapporto tra Francesco e le donne: amico di Santa Chiara, infine spinge i frati ad avere con l’altro genere un rapporto distaccato, suggerendo perfino di non guardarle se interpellati per consigli spirituali. Tormenti e dubbi, fino alla fine: avrò fatto bene, avrò sbagliato? La domanda che si fa ogni uomo che sente avvicinarsi la fine del suo tempo.