La notte del 31 ottobre, come ogni anno, maschere spaventose e zucche intagliate colorano anche le strade calabresi. La festa di Halloween è ormai un appuntamento fisso, ma in pochi sanno che molte delle sue usanze affondano le radici nel cuore del Mezzogiorno, e in particolare nelle tradizioni popolari della Calabria.
L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani, uno dei più autorevoli studiosi del folklore meridionale, ha infatti ricordato come nelle campagne calabresi si celebrasse, molti anni fa, già un rito sorprendentemente simile: quello del Coccalu di muortu, il “teschio dei morti”.
Il Coccalu di muortu: una tradizione secolare
Tra Serra San Bruno e Spadola, nel cuore delle Serre vibonesi, già secoli fa i bambini usavano intagliare le zucche come teschi. Vi inserivano all'interno una candela e, in piccoli gruppi, giravano di casa in casa chiedendo: «Mi lu pagati lu coccalu?» (ovvero, "me lo pagate il teschio?").
Un gesto che anticipa il moderno trick or treat, il famoso “dolcetto o scherzetto”. Le famiglie offrivano ai bambini dolci o frutta secca, come gesto di offerta per le anime dei defunti che, secondo la tradizione, tornavano per una notte tra i vivi. Per Satriani non si trattava di una semplice festa per bambini bensì di un rito comunitario, che rappresentava il confine tra la vita e la morte, tra luce e buio, tra presenza e assenza.
Satriani e la memoria delle tradizioni popolari calabresi
Nato nel 1936 a San Costantino di Briatico (VV), Luigi Maria Lombardi Satriani ha dedicato la sua vita allo studio della cultura e del folklore del Sud. Nelle sue opere, sottolinea come riti come il Coccalu di muortu raccontino un rapporto profondo e sereno con la morte, vissuta nel mondo contadino come parte del ciclo della vita. A questo proposito, Satriani scrive: «La rimozione individuale e collettiva della morte non è mai operazione definitivamente vincente. La morte ritorna come spettro, presenza cangiante, che percorre sotterranei, meandri, scorciatoie e diffonde angoscia irriconosciuta, nullificando lo sforzo dell’uomo».
Secondo l’antropologo, tradizioni come quella del Coccalu di muortu - insieme ad altre simili diffuse in Sicilia e in tutto il Meridione - sarebbero state portate oltreoceano dagli emigrati italiani, dove si fusero con riti di origine celtica come Samhain. L'incontro delle tradizioni di culture differenti avrebbe così contribuito alla nascita della moderna Halloween.
Dalla Calabria all'America
Quando milioni di italiani lasciarono il Sud per l’America, portarono con sé storie, riti e feste. Alcune sono scomparse, altre si sono trasformate. Halloween, oggi fenomeno globale, potrebbe essere uno di quei casi di “ritorno culturale”: una tradizione popolare nata nel Sud Italia, rielaborata oltreoceano e poi tornata in patria in una veste nuova. Dietro ogni zucca intagliata, insomma, c’è anche un po’ di Calabria: un filo invisibile che collega le Serre vibonesi al mondo.
Riscoprire la memoria del Sud
Riscoprire le origini calabresi di Halloween ha un senso profondo: non quello di rivendicare un primato, ma di riconoscere il valore del patrimonio immateriale del Sud. Il 31 ottobre si presenta così alla Calabria non tanto come una festa “importata”, ma piuttosto come una notte della memoria, in cui i vivi e i morti si incontrano ancora tra zucche, luci e risate.
Nel suo libro più noto, Il ponte di San Giacomo, Satriani scriveva: «La vita deve fare i conti con la morte e con i morti per continuare a esser tale». Come suggerisce l’antropologo, in fondo, fin dall’antichità le feste dei morti non sono solo rievocazioni del dolore, ma tentativi di conciliazione con la nostra stessa fine.
