Operazione Penalty, scoperta rete di frodi sportive: cinque arresti

Una presunta associazione a delinquere finalizzata alla manipolazione di risultati calcistici e al guadagno illecito attraverso scommesse truccate è al centro dell’operazione “Penalty”, condotta questa mattina dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e dai finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Su disposizione del Tribunale di Reggio Calabria, sono stati eseguiti provvedimenti di arresti domiciliari nei confronti di cinque persone, indagate per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva.
Le indagini, coordinate dalla Procura di Reggio Calabria diretta dal procuratore Giuseppe Borrelli, hanno avuto origine nel gennaio 2024, a seguito di una segnalazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli relativa a un flusso anomalo di scommesse su una partita del campionato Primavera.
Il modus operandi: un arbitro al centro del sistema
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il presunto promotore del sistema illecito sarebbe stato un arbitro appartenente alla sezione di Reggio Calabria delle categorie Primavera, Primavera 2 e Serie C.
L’arbitro avrebbe orientato il risultato di alcune partite in modo da far coincidere l’esito con le scommesse piazzate da membri del gruppo, in particolare sui pronostici “over” (superamento di un determinato numero di gol). Per raggiungere tale scopo, avrebbe concesso numerosi calci di rigore – spesso inesistenti – o favorito determinate squadre tramite espulsioni discutibili, condizionando così l’andamento degli incontri. Anche dopo la sospensione decisa dagli organi di giustizia sportiva per precedenti irregolarità, il direttore di gara avrebbe continuato a influenzare i risultati, corrompendo altri arbitri designati per le partite oggetto di scommessa. Le somme offerte, secondo gli investigatori, potevano arrivare fino a 10.000 euro per incontro.
Oltre all’arbitro ritenuto promotore, altri soggetti avrebbero fornito supporto logistico, contatti e investimenti diretti nelle scommesse, spartendo i guadagni ottenuti. Gli accertamenti economici hanno permesso di individuare inoltre l’uso, da parte degli indagati, di provider di scommesse esteri e non autorizzati nell’Unione Europea, con l’obiettivo di nascondere i flussi anomali di denaro e non destare sospetti.
Il ruolo degli imprenditori toscani
Tra gli indagati figurano anche due imprenditori di Sesto Fiorentino (FI), padre e figlio, titolari di un’agenzia di scommesse, che avrebbero finanziato le operazioni del gruppo, soprattutto per la corruzione di altri arbitri. L’associazione avrebbe utilizzato l’attività commerciale in Toscana anche per veicolare giocate di importi rilevanti sulle partite manipolate.