«Io persona perbene, un’interdittiva antimafia priva la mia famiglia di un lavoro onesto»

«Mi hanno rovinata così. Mi domando che futuro avrò. Io sono una donna perbene, appartengo ad una famiglia perbene che a Pizzo conoscono tutti. Un’interdizione antimafia al mio negozio? E che alternative mi restano per vivere?». La voce di Nicoletta è spezzata da una frustrazione che rischia di sfociare nella disperazione. Quel briciolo di speranza che le resta è nel ricorso straordinario che, con l’assistenza dell’avvocato Giuseppe De Luca, ha proposto al Capo dello Stato.
Tutte giuste le interdittive?
La sua storia è un po’ la metafora della condizione denunciata da un’autorevole espressione della magistratura antimafia, il procuratore aggiunto Stefano Musolino, secondo il quale le interdittive antimafia talvolta colpiscono spesso sulla base dei cognomi e del pregiudizio e impediscono di lavorare anche a chi vorrebbe vivere onestamente, ritrovandosi poi a non avere alternativa alla delinquenza e alla mafia.
«Nicoletta persona illibata»
Oggetto del ricorso di Nicoletta, l’ordinanza del Comune di Pizzo che, recependo l’indirizzo della Prefettura di Vibo Valentia, ha disposto la cessazione dell’attività di Nicoletta la quale, spiega l’avvocato De Luca, «è persona di illibata condotta, non gravata da precedenti giudiziari». Naufragato senza il suo primo matrimonio, la commerciante ha sposato un altro uomo, Giovanni, anche lui reduce da un divorzio. La coppia stabilisce la propria casa coniugale a Pizzo e Nicoletta, che è anche un’artigiana, mette su un piccolo negozio per vendere le sue creazioni unitamente a prodotti tipici locali. «Mai nessuno avrebbe pensato – annota l’avvocato De Luca nel suo ricorso – che questo modesto negozio, che tra mille difficoltà a malapena riesce a dare sostegno economico alla ricorrente, va chiuso al più presto “perché è più probabile che non” che la mafia affondi in questa attività i suoi pericolosi tentacoli condizionando le scelte della povera signora Nicoletta».
Perché, allora, la mafia?
E ancora: «L’amara realtà contro cui lottare adesso è questa. Non ci sono soluzioni alternative e a nulla vale far capire a chi legge i nominativi sottoposti a controllo della banca dati in uso alle forze di Polizia, che in questo caso non c’entra proprio nulla la mafia con il negozio di prodotti tipici della ricorrente». E allora, l’interdittiva che rischia di distruggere la vita di Nicoletta da cosa scaturisce? «Trova causa – è scritto nel ricorso straordinario al Presidente della Repubblica – non certamente nei trascorsi giudiziari della ricorrente perché non ve ne sono, bensì nel passato del marito e di due suoi figli avuti dal precedente matrimonio».
«Cosa c’entro il mio negozio?»
«Mio marito – dice Nicoletta – ha chiuso da vent’anni con tutta la sua vita precedente. Sarebbe questa la mafia? Una sola condanna, per fatti che niente hanno a che fare con la mafia, risalenti ad un’epoca nella quale neppure lo conoscevo? Lui ha due figli, avuti dal precedente matrimonio, con delle pendenze giudiziarie non ancora definite. Potrei dire che sono ancora dei presunti innocenti, ma questo non risponde alle domande che mi faccio e dovrebbero farsi le istituzioni, ovvero “Cosa c’entrano i figli che mio marito ha avuto dal suo precedente matrimonio e che adesso sono abbondantemente adulti con me e la mia attività?” Cosa ho fatto di male io e cosa ha fatto di male la mia attività?».
Il ricorso a Mattarella
L’ordinanza di chiusura le era stata notificata a maggio del 2024, ma attraverso un messaggio di posta elettronica certificata non evaso ed il locale è rimasto aperto fino ad oggi. «È stata rappresentata, questa circostanza, come una furbata o chissà che altro, ma in realtà questa distrazione ci è costata carissima, perché una volta venuti a conoscenza del provvedimento oltre i termini per presentare ricorso al Tar, così adesso non ci resta che sperare nel Presidente della Repubblica».
«Noi viviamo onestamente»
Nicoletta racconta la sua vicenda con la sofferenza di chi oltre a sentirsi vittima di una ingiustizia, si vede rappresentata «per ciò che non è. Ho letto un articolo che mi ha lasciato senza parole. C’era scritto che il mio negozio è rimasto aperto perché il Comune e le autorità hanno paura di chiuderlo perché è gestito da un mafioso. E chi sarebbe il mafioso? Io? Figlia di una delle persone più perbene e amate della storia di Pizzo o, mio marito, che non ha alcuna condanna per mafia, che avrà pure commesso degli errori in un passato nel quale non sapevo neppure della sua esistenza, ma che da quando l’ho conosciuto e ci siamo sposati ha assunto sempre un atteggiamento impeccabile? Ecco, lui ha scelto di vivere con me, così, onestamente. E lo Stato vuole privarci di questo?».
«Così non ci resta niente»
La donna si dice «addolorata» di fronte a questa rappresentazione: «Ho letto sui social di schiamazzi e musica ad alto volume, di proteste, addirittura di atteggiamento spavaldo attorno al locale. Come se fosse colpa del mio negozio di prodotti tipici e creazioni artigianali il fatto il Pizzo sia una città turistica. Qualcuno, forse, vorrebbe il contrario, che Pizzo fosse una città senza turisti, senza persone, senza un motivo per andarci o per viverci. Qualcuno forse vorrebbe che un’attività onesta e pulita, come la mia, solo a causa di un infondato pregiudizio, chiuda e che a noi non resti nulla per vivere».