Cosa ci può raccontare la Terra sul passato (e forse sul presente) di Venere, il pianeta più inospitale del Sistema Solare? È questa la domanda che guida
l’incredibile spedizione di Nicola Mari, scienziato italiano di fama internazionale, docente all’Università della Calabria e figura di riferimento nel panorama della geochimica planetaria. Con il sostegno dell’Unione Europea e in collaborazione con NASA e INAF,
Mari ha girato il mondo per cercare una risposta, portando la geologia oltre i confini della scienza accademica e intrecciandola con riti, culture e leggende.
La carriera
La carriera di Nicola Mari è segnata da traguardi di rilievo internazionale. Dopo aver conseguito un
dottorato in Geochimica Marziana presso l’Università di Glasgow, ha lavorato
con la NASA e il Natural History Museum di Londra analizzando frammenti di lava provenienti da Marte, per studiarne la composizione interna e stimare la temperatura del mantello del pianeta rosso.
Successivamente, ha svolto attività di
ricerca post-dottorato all’Università di Pavia, dove ha preso parte alla missione spaziale
BepiColombo, con un focus sulla superficie di Mercurio. I suoi studi hanno permesso di identificare
nel 2023 un raro analogo geochimico terrestre che supporta l’ipotesi secondo cui
Mercurio fosse, in origine, grande quanto la Terra, prima di perdere gran parte del proprio mantello.
La scoperta nel 2020
Nel 2020, Mari ha annunciato una delle sue scoperte più importanti:
la prima evidenza di attività vulcanica convettiva in una camera magmatica marziana, suggerendo che
Marte possa essere ancora geologicamente attivo.
Acqua su Venere?
Nel suo più recente progetto,
Mari ha unito geologia e antropologia in una spedizione scientifica che lo ha portato dal Sud-est asiatico alle Hawaii. L’obiettivo?
Comprendere se Venere, oggi un mondo infernale,
abbia mai ospitato acqua e se questa possa esistere ancora sotto la sua densa atmosfera.
Il viaggio di Mari
Mari ha iniziato il suo viaggio
tra i vulcani attivi del Vietnam, delle Filippine e dell’Indonesia. Ha poi attraversato
le isole del Pacifico, raccogliendo campioni di lava sottomarina alle Fiji, dove la pressione oceanica è comparabile a quella presente sulla superficie venusiana. Questi dati permettono di capire
quanto vapore acqueo possa restare intrappolato nella roccia in condizioni estreme.
Geologia e tradizione: lo "strano" binomio
Uno degli aspetti più originali del lavoro di Mari è
l’integrazione tra geologia e tradizioni culturali locali. Nelle isole Samoa, in Vanuatu e alle Fiji, ha raccolto
testimonianze orali di eruzioni, terremoti e maremoti tramandate sotto forma di miti, danze e racconti. Questo approccio, chiamato geomitologia, consente di ricostruire eventi geologici antichi attraverso la memoria collettiva.
Per accedere a certi luoghi sacri,
Mari ha partecipato a cerimonie tradizionali come il rituale della Kava, una bevanda dal leggero effetto psicotropo. «È stato un momento di incontro tra culture e di rispetto reciproco.
In quei luoghi la scienza è anche ascolto, non solo misura».
L'esperimento
La spedizione si è conclusa
alle Hawaii, durante un’eruzione del Kīlauea. Qui, i campioni di lava raccolti nel viaggio sono stati
sottoposti a esperimenti in laboratorio che simulano l’atmosfera venusiana:
alte temperature, pressione elevatissima, e presenza di anidride carbonica e acido solforico. Lo scopo è identificare i minerali che potrebbero formarsi su Venere, e raccogliere indizi su processi geochimici ancora sconosciuti.
Divulgazione scientifica
Oltre alla ricerca,
Nicola Mari è molto attivo nella divulgazione scientifica. Partecipa regolarmente a conferenze, festival scientifici e programmi televisivi. La sua capacità di raccontare la scienza con passione e chiarezza lo rende
una delle voci più apprezzate nel campo della comunicazione scientifica in Italia.
«
Questo viaggio è stato una rivoluzione personale» - racconta Mari. «Mi ha fatto capire che la geologia non è solo studio delle rocce, ma delle relazioni profonde tra la Terra, i suoi abitanti e l’universo».
Il suo lavoro rappresenta
un ponte tra mondi diversi: tra scienza e mito, tra passato e futuro, tra pianeti lontani e culture locali. Mari continua a dimostrare che
la scienza non è mai disgiunta dall’esperienza umana, e che anche nel magma e nella polvere si può trovare una forma di bellezza.