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Maysoon Majidi, 300 giorni in carcere da innocente: le motivazioni della sentenza

Maysoon Majidi, 300 giorni in carcere da innocente: le motivazioni della sentenza
Trecento giorni di reclusione per un’accusa che non avrebbe mai dovuto reggere. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 5 febbraio, il Tribunale di Crotone ha assolto con formula piena Maysoon Majidi, regista e attivista iraniana, finita sotto accusa per presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

L'arresto

L’arresto risale al 31 dicembre 2023, quando la Guardia di Finanza – sezione navale – la individuò come presunta scafista di un’imbarcazione giunta sulla costa crotonese con 75 migranti a bordo. Tuttavia, le motivazioni rese pubbliche il 6 maggio 2025 delineano un quadro totalmente diverso: l’impianto accusatorio è stato giudicato privo di fondamento, basato su elementi deboli e privo di riscontri oggettivi.

Le accuse di due passeggeri

Le accuse poggiavano quasi interamente sulle dichiarazioni di due passeggeri del barcone, a loro volta coinvolti in procedimenti giudiziari. I giudici le hanno ritenute inattendibili: acquisite senza possibilità di verifica da parte della difesa e rese da soggetti poi spariti nel nulla, benché fossero rintracciabili in centri di accoglienza all’estero, come rivelato anche da un servizio televisivo.

La mancanza di prove concrete

Oltre alla scarsa attendibilità delle testimonianze, il Tribunale ha sottolineato la mancanza di prove concrete: nessuna immagine o filmato che mostrasse la Majidi al timone o in ruoli organizzativi, nessuna intercettazione telefonica compatibile con un coinvolgimento diretto, e un telefono spento per gran parte della traversata. Nessun contatto documentato con i presunti trafficanti o prove di un accordo in cambio del passaggio. Anzi, l’analisi forense ha portato alla luce prove che scagionano l’attivista: fotografie e chat dimostrano che non solo Majidi non era coinvolta nella conduzione del viaggio, ma era stata privata del cellulare prima di salpare ed era ammassata tra gli altri passeggeri in condizioni analoghe. Sia lei che il fratello avevano anche pagato una cifra significativa per la traversata, confutando l’ipotesi di un “passaggio di favore” in cambio di collaborazione. Nel corso del processo, la procura – rappresentata dalla pm Rosaria Multari – aveva rivisto l’accusa, ipotizzando un aiuto occasionale al comandante. Anche questa teoria è stata smontata in aula: mancavano coerenza, precisione e riscontri reali.

La fine del calvario

L’avvocato Giancarlo Liberati, difensore della Majidi, ha accolto con soddisfazione la sentenza che ha messo fine a un calvario giudiziario lungo quasi un anno. Il Tribunale ha parlato chiaro: le accuse non erano solo infondate, ma smentite da numerosi elementi oggettivi.