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Ionà: «Andremo avanti perché la Calabria lo merita»

Ionà: «Andremo avanti perché la Calabria lo merita»
«Io non chiudo, io riapro. Non vedo l’ora che si completi la perizia per ripartire. Perché io non mi arrendo, la Calabria non si arrende e noi abbiamo il dovere di lanciare un messaggio di speranza, perché non possiamo darla vinta a questa bestia che si chiama ’ndrangheta e ad una minoranza rumorosa». Turbato sì, forse anche provato, ma non dimesso. Tutt’altro. Emanuele Ionà mostra la fierezza del capitano d’industria davanti alla protervia criminale che col fuoco ha raso al suolo la sua concessionaria di Villa San Giovanni. Un attentato in grande stile quello che si è consumato la notte tra il 7 e l’8 di aprile, ripreso, in tutte le sue fasi, dalle telecamere di videosorveglianza: l’emissario della mala che supera le recinzioni, volto coperto da un casco integrale; una tanica di benzina, l’effrazione fulminea, Il liquido sparso sulle vetture; poi, il fuoco e un’esplosione; infine, la fuga.

Un grande gruppo

L’indignazione è corale. L’eco del raid criminale supera i confini della regione e un’ondata di solidarietà avvolge Emanuele, la sorella Vivienne e i circa centosettanta dipendenti di uno dei gruppi imprenditoriali nel settore dell’automotive più importanti del Mezzogiorno: otto sedi in Calabria, il quartier generale nella sontuosa sede della Audi Zentrum di Pianopoli. Quella reggina è la creatura più recente di un gruppo che ha le sue radici nel genio e nella perseveranza di Luigi Ionà, il padre di Emanuele e Vivienne, che poi hanno trasformato un’impresa in una holding con un giro d’affari di circa centocinquanta milioni di euro. Il gruppo diviene tale nel 2015. Tre anni dopo i primi investimenti a Reggio.

L’attentato

«Mai un problema – dice Emanuele – anzi, io ho conosciuto, prima dell’attentato, una realtà ben diversa da quelle che raccontavano le cronache. Io quella realtà ho sempre raccontato, bellissima, e quella voglio continuare a raccontare». Quanto avvenuto alla mezzanotte dell’8 aprile, d’altronde, lascia un segno profondo: i danni dovranno essere calcolati dai periti, una stima provvisoria narra di un milione di euro, tra auto, moto, arredi e strutture ormai irrecuperabili. Poi c’è la ferita emotiva e la paura che fisiologicamente genera. Anche perché, spiega Emanuele Ionà, «non riusciamo a darci una spiegazione. Anche la polizia è rimasta sbalordita dall’efferatezza di quanto avvenuto».

«Noi siamo più forti»

C’è l’ombra della ’ndrangheta che grava su quell’area al confine tra Villa, Catona e Campo Calabro, adiacente al turbolento locale mafioso di Gallico e, soprattutto, influenzato dallo strapotere di Archi. «Non abbiamo mai avuto richieste estorsive, altrimenti le avremmo tempestivamente denunciate», spiega Emanuele Ionà, che alle forze inquirenti ha assicurato la massima collaborazione affinché si faccia piena luce. Forse doveva essere solo un’azione dimostrativa che poi ha prodotto più danni del previsto o, forse, dietro c’è altro. «Confidiamo nell’azione della magistratura e della polizia», continua l’imprenditore, che però manifesta una certezza: «Noi non ci arrendiamo, andremo avanti, perché non possiamo darla vinta a questi criminali e, così, dobbiamo dare un messaggio di speranza. Andremo avanti, perché lo meritano le nostre famiglie, i nostri collaboratori, i nostri amici e, soprattutto, lo merita la Calabria».