Vai al contenuto
PUBBLICITÀ

I cinque verbi della Chiesa che monsignor Alberto Torriani vorrebbe

I cinque verbi della Chiesa che monsignor Alberto Torriani vorrebbe
Le parole di monsignor Claudio Maniago, il suo abbraccio, la consegna del Pastorale ed il lunghissimo applauso dei presenti: monsignor Alberto Torriani siede sulla sua prima cattedra vescovile ed è ufficialmente il nuovo arcivescovo della diocesi di Crotone e Santa Severina. È il momento culmine della solenne Concelebrazione eucaristica per la presa di possesso della diocesi, celebrata al Palamilone dinanzi al clero, alle autorità civili e militari, ai rappresentanti dei gruppi parrocchiali della Diocesi e ad un nutrito gruppo di parenti, amici ed ex parrocchiani di monsignor Torriani. Che dopo alcuni momenti di comprensibilissima emozione pronuncia la sua prima omelia da arcivescovo partendo da alcuni verbi, suggeriti dalle azioni del Padre descritte nel Vangelo.

L'omelia

“Quando era ancora lontano suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. Da queste azioni del Padre raccolgo le primissime indicazioni per il ministero che inizio in mezzo a voi. Verbi semplici, ma carichi di forza evocativa e di slancio di impegno per il prossimo futuro e che vorrei diventassero stile del nostro essere Chiesa.

Il primo verbo è "attendere"

Il padre attende il figlio ‘Quando era ancora lontano’ dice Luca. Lo immagino su un balcone, o alla finestra con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Ogni giorno quel padre non smette di credere nel ritorno, non si chiude nel rancore, non si lascia vincere dalla delusione(...) Attendere è coniugazione di fiducia, di pazienza, di speranza. E’ qualcosa di diverso dall’aspettare: si aspetta inerti un treno o un bus che non passa mai, si aspetta un messaggio o una parola che sappiamo non verrà pronunciata, aspettare è il verbo di chi è incapace di futuro e di responsabilità! L’attesa è operosa e aperta alla speranza perché ha la capacità di tirarti dentro tutto, di ridefinire la tua stessa identità di farti crescere e di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi.

Il secondo verbo è "vedere"

Questo vedere non è un semplice sguardo superficiale o distratto. E’ un vedere non solo con gli occhi, ma è la capacità di percepire in profondità le cose, di riconoscerne l’essenza, di comprenderne i significati profondi. Come Chiesa, abbiamo tutti bisogno di questo sguardo sulla realtà, su tutti noi, sulle nostre vite, sulle nostre relazioni, sui nostri contesti ecclesiali e non solo: è un vedere che legge i segni dei tempi, che si lascia interrogare da quello che accade, che sa riconoscere il bene nascosto anche dove sembra difficile vederlo. Questo sguardo attento e profondo ci è richiesto oggi più che mai: sulle persone, sulle loro ferite, sulle risorse di questa terra.

Il terzo verbo è "compatire"

La compassione è il ‘patire con’, lo stare accanto. È l’anima del Vangelo: un cuore che si lascia toccare, che si fa vicino, che non rimane indifferente è un cuore che si apre alla novità della notizia buona. Un cuore intoccabile è un cuore malato dall’abitudine e dalla rassegnazione, dallo sconforto e dall’incredulità. Continuiamo insieme a costruire una Chiesa capace di compassione, cioè capace di stare accanto, di portare i pesi insieme di chi non ce la fa da solo, di chi è più fragile o ha dimenticato l’aggettivo umano nella sua esistenza. In questo modo generemo compagnie intelligenti e creative che saranno il ritmo del nostro vivere; e dell’apertura di cuore e di menti il timbro dei nostri gesti! In una terra dove non mancano fragilità sociali, le povertà dei pensieri e le solitudini dei cuori, la compassione diventa una scelta concreta di presenza e di prossimità. La compassione è un cuore che si è lasciato toccare dallo Spirito.

Il terzo verbo è "accogliere"

Il padre gli corse incontro. Senza giudicare, senza rinfacciare, senza pesare gli errori. Solo un abbraccio e una festa. Vorrei che la nostra Chiesa fosse così: capace di accogliere, di aprire le porte, di far sentire ogni persona attesa, amata, voluta bene, al posto giusto senza bisogno di credenziali da esibire o giudizi da conquistare. Una Chiesa che corre incontro è una Chiesa in uscita, come ci chiede Papa Francesco. Una Chiesa che non ha paura del futuro, che non si rassegna al “si è sempre fatto così”, che non resta chiusa nel passato, ma che esce, va incontro, cerca, rischia. In questo, ci è di esempio San Dionigi l’Areopagita, co-patrono della nostra diocesi. Dionigi, filosofo ateniese, si lasciò interpellare dall’annuncio di Paolo nell’Areopago e abbracciò la fede cristiana. La sua esperienza ci invita a essere una Chiesa che non teme il nuovo, che dialoga con la cultura, che sa riconoscere i semi di verità presenti in ogni ricerca autentica. Una Chiesa che ha fame di futuro!

Il quarto verbo è "rialzare"

Il figlio torna a casa con il peso del fallimento addosso, ma il padre non si ferma a quello. Gli restituisce dignità, lo rimette al suo posto di figlio.

Infine, il quinto verbo: "camminare"

Il figlio maggiore è lì, fermo, chiuso nel suo rancore. Il padre esce anche verso di lui. Cammina, esce, si fa vicino. Non resta al balcone solo per attendere, ma scende per accompagnare. Vorrei che insieme imparassimo a camminare. Non da soli, non ciascuno per conto proprio, ma come un corpo vivo, come comunità che si sostiene e si incoraggia. Ecco i cinque verbi: attendere con fiducia, accogliere e compatire con cuore largo, rialzare chi è caduto, camminare insieme con coraggio. Vedere, avere compassione, correre incontro, abbracciare: questi saranno i pilastri del nostro cammino, sulle orme dei pastori che mi hanno preceduto in questa cattedra (da Mons. Panzetta che oggi è qui concelebrare all’indimenticato vescovo Agostino che so essere ancora nel cuore di molti e che imparerò a conoscere gustandone i frutti della sua dedizione e della sua lungimiranza pastorale insieme). E quando costruiremo la cattedrale, mattone su mattone, ricorderemo che le pietre più preziose sono le persone, le relazioni, la fiducia reciproca.