La 'ndrangheta infetta anche l'Abruzzo

Da una strage, nel cuore delle Preserre calabresi, alla contaminazione di una delle regioni italiane apparentemente vergini: l’Abruzzo. Siamo ad Acquaro, nel cuore della provincia di Vibo Valentia, da qui partì il commando che il 25 ottobre 2003, nei lussureggianti boschi di Ariola, nella vicina Gerocarne, trucidò Francesco e Giovanni Gallace e Stefano Barilaro. Un agguato contestato a quattro esponenti del cartello ‘ndranghetista Maiolo-Emanuele, che così vendicarono la lupara bianca consumata negli anni ’90 ai danni dei boss Rocco e Antonio Maiolo, spazzati via dai rivali del gruppo Loielo.
Da allora i Maiolo, in particolare i fratelli Angelo e Francesco, pur mantenendo il controllo sul feudo di origine, avrebbero delocalizzato i loro affari proprio in Abruzzo, divenuta terra di conquista, in particolare nel territorio di Montesilvano, in provincia di Pescara. L’infezione del clan si sarebbe consumata in particolare nel settore del commercio di prodotti tipici calabresi, attraverso la presenza occulta in società di generi alimentari, utili a drenare e riciclare il denaro sporco. Proprio l’Abruzzo, tra l’altro, sarebbe divenuto – secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – una delle centrali dello smercio di stupefacenti che i Maiolo avrebbero insediato per alimentare i loro affari su scala nazionale.