Dieci anni senza il nostro editore Gianfranco Riga

Sgomenti. Allibiti. Impreparati, soprattutto. Il saluto la sera prima come prassi. Poi ti svegli, e scopri che quel saluto non avrà un domani. Gianfranco Riga se n’era andato nella notte del 5 febbraio di dieci anni fa.
Se la morte è un mistero, quella di un giovane uomo nel pieno delle forze, della creatività, della voglia, ha dell’indicibile. I ricordi sono tuttora nitidi, come tutte le volte che si resta colpiti a freddo.
Cercammo di capire, il tentativo durò un attimo. In fondo, chi lo conosceva le risposte le possedeva già: aveva introiettato fatica ed ombre della responsabilità, era un brutto periodo per il settore all’interno di un pessimo periodo per tutti, e per giunta lambiva l’inizio della rivoluzione digitale, la seconda, vera rivoluzione della televisione così come la conosciamo. Lui era in prima fila, ed era solo: la battaglia per far comprendere alla classe politica calabrese la portata dell’evento, e quanto fosse indispensabile, più che necessario, sostenere un settore altrimenti destinato ad esserne travolto l’ha condotta lui, e gli altri dietro, non a fianco.
Siamo stati l’unica tv privata calabrese ad aver messo pesantemente mano alle infrastrutture di rete, sostituendo completamente trasmettitori ed apparati. Era una scelta difficile, di fronte alla quale non si è sottratto.
Era il suo karma, non poteva fare altro: ancora bambino, era stato spinto dal papà a condurre piccole trasmissioni, quiz con le telefonate in diretta, premi a pioggia come usava all’inizio degli anni ’80, quelli del boom delle private. Aveva condotto il telegiornale, entrava in regia, influiva, suggeriva, metteva mano. Solenni gli urli e le strigliate. Insomma, la leadership, che ad un certo punto ha dovuto assumere a causa della malattia del padre, se l’è conquistata al di là del diritto di discendenza, con la personalità e la competenza, l’intuito ed il coraggio delle scelte.
È con lui che siamo diventati, e ancora siamo, la televisione leader negli ascolti, ed è sotto la sua presidenza e la direzione di suo cognato, Salvatore Gaetano, che Video Calabria è diventata una delle prime cinque tv private per numero di telespettatori in rapporto alla popolazione residente.
Tanto era orgoglioso, irruente, audace, istintivo come editore, quanto riservato, ponderato, accorto come uomo. E meticoloso: sui contenuti etici pretendeva irreprensibilità. Nessuna sguaiataggine, massima attenzione ai casi umanamente delicati, ai bambini. Bandite cafonate e scurrilità che col tempo, pur di fare ascolti, sono diventate così di moda. E poi, l’ossessione per immagine: in tv, la forma è sostanza ma entro certi limiti, sempre invalicabili.
Nel 2015 si chiuse una parentesi breve e straordinaria, all’inizio ne fummo travolti, ma ne siamo venuti fuori. Traendone una somma lezione: nulla ci appartiene veramente, tutta la vita potendo essere definita un prestito.
Poco tempo prima di morire, a mamma Elisabetta, il primo presagio del commiato: “tanto lo so che a 60 anni non ci arrivo”. Nessun bisogno di capire, dev’essere andata proprio così.