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Processo Rinascita-Scott: trenta minuti di sospensione per protesta penalisti calabresi

Processo Rinascita-Scott: trenta minuti di sospensione per protesta penalisti calabresi
Trenta minuti di sospensione sono stati proclamati durante la prima udienza del processo d'Appello scaturito dall'operazione "Rinascita-Scott" che vede imputate 236 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa, armi, estorsioni, usura, intestazioni fittizie, spesso con l'aggravante della mafiosità. Il motivo è la protesta messa in atto dalla camere panali calabresi che hanno deciso di opporsi alla delocalizzazione dei processi, dopo che le udienze per i maxi processi, primo fra tutti proprio Rinascita-Scott, sono state spostate dalla Calabria a Catania, a causa dell'inagibilità dell'aula bunker di Lamezia, dopo il maltempo che ha colpito la zona lo scorso ottobre, e l'inadeguatezza delle altre aule di tribunale calabresi.

I motivi della protesta

I presidenti delle camere penali della Calabria, nell'aula bunker di Bicocca, hanno esposto un cartello recante le frasi "Stop al gigantismo giudiziario, non trattiamo numeri", "No alla delocalizzazione dei processi", "La giustizia torni nei tribunali, No agli hangar", "Processi di massa, negazione dei diritti" e contemporaneamente è stato letto il testo con il quale si preannunciava la protesta organizzata dalle Camere penali calabresi. "Abbiamo subito il trattamento degli asserviti - hanno sostenuto i penalisti calabresi - quando hanno imposto l'agenda ossessiva da 170 udienze all'anno in media per sostenere la marcia forzata a garanzia della permanenza in vincoli dei presunti innocenti; abbiamo subito il trattamento degli invisibili senza diritto di interloquire nemmeno sulle precondizioni per l'esercizio dignitoso dei diritti difensivi quando ci hanno negato anche l'opportunità di esprimere risposte puntuali o di vista nel calendario delle massime pene e punto le unilaterali distopiche soluzioni per risolvere alla meglio l'agibilità dell'hangar lametino. Sulla testa degli imputati e dei loro avvocati anche l'obbligatoria udienza di massa verso sedi lontane. Sui loro diritti si scarica il fallimento dell'organizzazione militare della giustizia penale calabrese; abbiamo accettato le regole aberranti del processo dematerializzato e ci hanno negato anche i "diritti minorati" contemplati dal simile processo tecnologico della contemporaneità".