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Padre Pino Puglisi: profeta della Speranza e dal sorriso illuminante

Padre Pino Puglisi: profeta della Speranza e dal sorriso illuminante
“Padre Puglisi: Annunciatore della Speranza”. Questo il titolo del convegno che si è tenuto nella Concattedrale di Palmi, organizzato dal Serra Club Oppido M. – Palmi. La presidente del club, Lucia Ioculano, ha aperto i lavori con i saluti ed i ringraziamenti, in particolare, al parroco don Domenico Loiacono, per l’ospitalità e la partecipe presenza, illustrando il movimento e la sua mission: “sostenere le vocazioni al sacerdozio ministeriale ed alla vita religiosa consacrata”. A seguire, mons. Giuseppe Alberti, vescovo della Diocesi Oppido M.-Palmi e cappellano del club, si è soffermato sull’importanza del sostegno delle vocazioni con la preghiera e con ogni iniziativa ispirata dallo Spirito Santo, grande dono per la Chiesa. Ha sottolineato il progetto educativo che padre Pino Puglisi ha inteso realizzare con l’esempio di vita vissuta, come uomo e sacerdote. Don Domenico Loiacono, che ha fatto gli onori di casa, ha definito padre Puglisi un fulgido esempio dei nostri tempi, dedito alla pastorale giovanile, un sacerdote esemplare che ha educato alla libertà, all’amore e al rispetto della vita, fino a dare sé stesso. Un profeta della Speranza e dal sorriso illuminante. Successivamente, Maria Lo Presti, vice presidente nazionale ai programmi, ha sottolineato come padre Puglisi sia stato un prete stimato, benvoluto dal Clero e da tanta gente; ha curato e assistito tanti bisognosi, disponendo con generosità delle sue risorse economiche personali. Ma, è stato anche un prete tanto temuto dalla mafia. La vice presidente ha raccontato come la visita di padre Puglisi, presso il carcere dell’Ucciardone, sia stata boicottata dagli stessi detenuti, istigati, dalle sempre vivaci correnti malavitose, a non presenziare al suo arrivo. Grazie al suo infaticabile impegno, ha fatto arrivare in parrocchia le suore, attirando i ragazzi con attività di volontariato. Ha rivolto particolare attenzione ai piccoli e alla loro formazione, accrescendo nelle giovani coscienze la consapevolezza del bene e del male. I frutti della sua opera si sono resi evidenti quando un bambino, un giorno, ha detto: “io non posso fare la Prima Comunione, perché i miei genitori andranno comunque a rubare”. Padre Puglisi, nasce il 15 settembre 1937. E, dopo un excursus della sua vita e del suo impegno sacerdotale a Godrano e a Brancaccio, la prof.ssa Lo Presti si è soffermata sulla missione di questo prete “oltre le mura della chiesa”, nell’incessante tentativo di sradicare la malapianta della mafia dal tessuto sociale. E così fino al suo assassinio: il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno, sorpreso dai sicari che lo attendevano per compiere l’efferato delitto, padre Puglisi è riuscito a spiazzarli usando, ancora una volta e per l’ultima volta, la sua potente arma: il sorriso, che non ha mai spento, pur guardando in faccia la morte, lasciandolo impresso finanche nella mente del suo killer. Padre Pino Puglisi è il primo martire sacerdote della Chiesa Cattolica vittima della mafia, delitto che ha provocato grande turbamento in tutta la società civile e nella Chiesa. Caterina Sorbara, vice presidente alle Comunicazioni del Club e moderatrice, ha dialogato con don Vincenzo Leonardo Manuli, autore del libro “Padre Pino Puglisi. Il Prete Abusivo a trent’anni dalla sua morte (1993-2023). Don Manuli ha parlato di padre Puglisi, definendolo un grande uomo di Dio, con il sorriso dal valore pedagogico. E, per Brancaccio, è stato il sorriso di Dio. Un uomo libero da condizionamenti. Cresciuto in una sana famiglia con valori, ma in una società inquinata dalla mentalità mafiosa. Discreto, silenzioso, non amante dei riflettori e, in un contesto mafioso come quello di Brancaccio, è andato controcorrente. “Un artista di strada – ha chiosato Don Manuli - che, dopo aver celebrato la messa, è andato per le strade, a contatto con la gente. Il suo sguardo ha riflesso quello del Signore”. Padre Puglisi ha cercato di mettere pace nelle famiglie in lotta tra loro, ha portato l’umanità tra la gente, che ha iniziato a rivolgersi più a lui che ai mafiosi, i quali, temendo di perdere il “comando”, lo hanno visto un prete diverso, un “prete abusivo” e, per questo, da temere, dunque, da eliminare. Don Manuli, sempre sollecitato dalla moderatrice Caterina Sorbara, ha lamentato la scarsa attenzione dei giovani verso la Chiesa, che, a sua volta, dovrebbe promuovere più occasioni di incontro e di formazione su modelli come padre Puglisi, fon Diana, imitandoli e studiandoli di più. Inoltre - aggiunge Don Manuli - si dibatte raramente sul rapporto Giovani-Società-Chiesa, mentre, rispetto alla ‘ndrangheta e alla mafia, si è dichiarato, sebbene con spirito costruttivo, pessimista e critico verso la Chiesa. “Nel 1992 – ha osservato - per la prima volta, un Papa, Giovanni Paolo II, ha scomunicato i mafiosi e padre Puglisi è stato presente. Nei testi della libreria vaticana, questo discorso del Papa non c’è. La Chiesa ha fatto silenzio, negli anni”. Serve una formazione non solo filosofico-teologica, ma utile anche per una pastorale che sappia “difendere” la società dalla logica perversa della mafiosità. Don Manuli ha dato un’anticipazione dei suoi prossimi lavori, in particolare, sul tema della “donna” e della “donna nella ndrangheta”, osservando che in Calabria non si pensa abbastanza all’aspetto culturale, c’è molto devozionismo e scarsa autenticità nel testimoniare la fede. Basterebbe osservare Maria e imitarne le virtù di Donna libera e che libera. I Sacerdoti dovrebbero impegnarsi nell’essere sacerdoti “alternativi”, anche sul modello di padre Puglisi. Tuttavia, non bisogna negare – ha aggiunto Don Manuli – “che esiste anche una chiesa che si spende per gli altri, senza stare sotto i riflettori”. L’evento si è concluso con l’intervento della Presidente Dott.ssa Ioculano, che ha ringraziato i relatori per le toccanti testimonianze, esprimendo anche una riflessione conclusiva sulla figura del Sacerdote, che dev’essere “sorridente e coraggioso, un buon Pastore che deve sapere ascoltare e farsi ascoltare”, caratteristiche imprescindibili per rendere possibile, al popolo affidato, l’incontro con Cristo.