Impartivano ordini su estorsioni e droga dal carcere con il cellulare: 28 arresti

Una cosca che continua ad essere operativa, con nuovi assetti e nuove dinamiche, nonostante le diverse operazioni messe a segno nel tempo per disarticolarla. È per questo che gli inquirenti hanno denominato “Atto quarto” l'ultima inchiesta sul clan Libri, i cui interessi criminali s'intrecciano con quelli dei De Stefano e dei Tegano. Un'inchiesta che arriva come naturale seguito di Theorema–Roccaforte, Libro Nero e Malefix, e che ha portato all'arresto di 28 persone (23 delle quali in carcere e 5 agli arresti domiciliari). I reati contestati sono associazione mafiosa, estorsione, tentato omicidio, detenzione illegale di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Ma l'indagine ha condotto anche al sequestro preventivo di 11 società, riconducibili ad imprenditori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa.
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria sotto le direttive della Procura antimafia, hanno svelato assetti e dinamiche criminali dei tre clan storici della città dello Stretto, i cui interessi si intrecciano in alcuni quartieri. Secondo gli inquirenti, le direttive sugli affari da portare avanti hanno continuato ad arrivare anche del carcere, dopo l'arresto dei vertici del clan, spesso attraverso telefoni cellulari modificati e introdotti negli istituti di pena. Ed è proprio in questo modo che sarebbe stato gestito anche il recupero di circa 800 grammi di cocaina da un garage del Nord Italia e la sua successiva commercializzazione. Ciascun quartiere della città era stato in qualche modo affidato ad un capo, incaricato di gestire le attività estorsive o di relazionarsi con gli altri clan per la gestione degli affari illeciti. Con l'inchiesta si ritiene di aver ricostruito non solo le dinamiche, ma anche i ruoli ricoperti dai singoli indagati.
Sistematiche le estorsioni, anche a danno di imprese impegnate in lavori ed appalti. Ed in questo quadro si inserisce anche il ruolo di fiancheggiatori contestato ad alcuni imprenditori, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, per aver versato somme di denaro, assunto personale segnalato in cambio di protezione e di aiuto ad ottenere nuove commesse ed espandere le proprie attività, anche al di fuori dalla provincia. Due degli arrestati, infine, sono accusati di aver procurato e nascosto le armi ed il motociclo adoperati nel tentato omicidio del 17 maggio 2017.