Naufragio di Cutro: il piccolo Alì riposerà nel cimitero di Crotone

Era nato poche settimane fa, a migliaia di chilometri di distanza. È la vittima più piccola di quella strage di bambini che è stato il naufragio di Steccato di Cutro del 26 febbraio scorso. Da questo pomeriggio riposa nella parte del cimitero di Crotone dedicata ai bambini piccolissimi. La sua è stata l'ultima bara a lasciare il PalaMilone, dov'è rimasto per 31 giorni. KR16M0 la gelida cifra che lo contraddistingueva. Ne avevamo parlato come del neonato senza nome, né famiglia, nessuno lo ha cercato, nessuno ha reclamato la restituzione dei suoi resti mortali. In realtà, grazie alle indagini sarebbe stato identificato, ma per motivi di riservatezza la Procura di Crotone preferisce non rendere noto in che modo ed in base a cosa. Resta però la crudele insensatezza della sua solitudine, che indigna, un accanimento della sorte a voler avere una visione laica, e che si fatica ad accettare tanto è inspiegabile, anche per coloro che hanno la fede più salda. Anche il carro funebre che lo ha trasportato ha attraversato il cancello dell'ingresso principale del cimitero di Crotone a marcia indietro, ultimo, brevissimo rewind di un'esistenza che ha fatto neppure in tempo a cominciare.
Ad accompagnarlo c'erano il sindaco, Enzo Voce, e l'assessore alle politiche sociali, Filly Pollinzi. Il breve rito funebre è stato officiato dall'imam Mustafà Achik, poi la bara bianca è stata interrata, come prevede la dottrina islamica. Il suo posto è il primo da destra della prima fila di sepolture, facile da individuare, anche perchè è immaginabile che sarà meta di molte visite, pensieri, ricordi. Potrebbe essere una permanenza temporanea, potrebbe diventare duratura, fors'anche definitiva. Se non interverranno fatti nuovi, se nessuno si farà avanti, se non si troverà corrispondenza tra il suo dna e quello delle vittime che il mare dovesse restituire oltre alle 91 già trovate, con le quali non è stata riscontrata alcuna compatibilità, potrebbe rimanere per sempre, ovvero, fino a quando la pietà umana ne manterrà la memoria. La mesta cerimonia di oggi ha rimarcato, una volta di più, l'abisso esistenziale, prim'ancora che sociale, che ci separa dai migranti, rispetto ai quali abbiamo avuto il privilegio di un destino diverso, un destino che non ci siamo meritato, che abbiamo solo avuto in sorte. Inutile provare a misurare la distanza che separa la nostra vita occidentale e quella di un profugo afghano, iracheno, pakistano. Patetico provare a catechizzare chi s'imbarca a rischio della vita. Disumano, anzi, subumano, affermare che in nessun caso andrebbe fatto. È per questo che quella vita recisa c'inchioda, tra la compassione di un momento e la preoccupazione per un fenomeno che non capiamo, che non riusciamo a gestire, che in fondo giudichiamo fastidioso, pericoloso, l'ipocrisia dell'aiutiamoli a casa loro dopo che casa loro è stata devastata anche per colpa nostra. Eppure, a pensarci, nascere di là, dall'altra parte del Mediterraneo, quella sbagliata, era un attimo...