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La Calabria al tempo del Coronavirus: per salvarci non roviniamoci la vita (VIDEO)

La Calabria al tempo del Coronavirus: per salvarci non roviniamoci la vita (VIDEO)
Avevamo iniziato il 2020 ricordando i 40 anni de "L'anno che verrà". Che poi, a dire il vero, era stata scritta nel 1978 ed interpretata sin dall'anno successivo. Certo, ora quella di Lucio Dalla può apparire come una profezia perché il grande cantautore bolognese, in quella canzone costruita come una lettera ad un amico, intendeva parlare del mondo che gli girava intorno, della sua complessità, e della speranza, della luce dopo tanto buio. Quelle parole di 40 anni facevano riferimento agli attentati terroristici, ma l'auspicio di speranza in un futuro migliore, da fare e da farsi, vale tanto, e forse tanto più oggi. La Calabria al tempo del coronavirus è questo: nelle città più grandi piazze vuote come la domenica mattina presto, paesaggi notturni quasi lunari, poche ombre in giro, sempre più mascherine, serrande dei negozi abbassate, pochi clienti nei negozi, quasi tutti rispettosi del distanziamento imposto per decreto, tutti diffidenti di ogni contatto tra umani, i pensieri visibili come nei fumetti. L'epidemia sta mettendo a dura prova il nostro sistema sanitario ed i nostri nervi, stressati entrambi. La tenuta del sistema, però, è disomogenea: sappiamo che in termini di efficienza ci sono disparità enormi tra aree geografiche, ed oggi Carlo Levi rimarcherebbe ancora più a nord di Eboli il confine di quello che funziona e quello che non va. Dall'altro ieri sera si vive sospesi tra la noia di stare in casa e la paranoia di contagiarsi un centimetro fuori da essa, nel saluto del vicino o premendo il tasto dell'ascensore. Siamo all'apartheid condominiale. Forse abbiamo esagerato non badandoci troppo, allergici come siamo, da sempre, alle regole salvo che non ce le facciano rispettare con la forza e la minaccia di pesanti punizioni. Forse sarebbe successo lo stesso. Sta di fatto che ormai tutta Italia è un enorme nosocomio di 302 mila chilometri quadrati. È diventato indispensabile, man mano che i dati che ogni sera alle 18 il commissario Borrelli pronuncia dolente sono cresciuti, che la curva si è impennata. Appesi ad una curva. Fermarsi, chiudere, barricarsi è diventato l'unico modo per prevenire il rischio che migliaia di persone possano ammalarsi, e che ne facciano le spese i più deboli, e che medici ed infermieri dei reparti di trincea, virologie, pneumologie, terapie intensive e rianimazioni, impazziscano o facciano qualche sciocchezza. Costretti a casa, i calabresi guardano di più anche la tv: in un altro momento, in altri modi ci avrebbe fatto, ovviamente, anche piacere. Invece anche questo scontato aumento di ascolti ci immalinconisce, figlio di una presa in ostaggio indesiderata. Del resto, è impossibile immaginare una comunicazione pubblica non condizionata dal momento che stiamo attraversando; se si parla di politica, economia, turismo, persino di letteratura, ovviamente scientifica, è solo in relazione al virus. L'unica variazione ammessa è l'ironia social, a dire il vero molto meno corrosiva col passare dei giorni, dato che alla fine il derby tra minimalisti ed allarmisti se lo sono aggiudicato i secondi, e con punteggio tennistico. Quella di Dalla, però, era una canzone di speranza, sarà tre volte Natale, ogni Cristo scenderà dalla croce, perfino la sparizione di cretini e furbi: una volta, spiegò che non c'erano miracoli, l'unico possibile era quello su se stessi, sull'essere sempre funzionanti, nel non vedere sempre il nero, il terribile. Ecco, il maestro bolognese ad oltre 40 anni di distanza ci lascia forse la sua lezione più importante: non cedere all'ipocondria di massa ed alla paura per non sfasciare definitivamente una Calabria ed un Paese già scassati, con un'economia in ginocchio. Per salvarci dal virus non possiamo anche rovinarci la vita.

Francesco Sibilla