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Coronavirus, siamo tutti sulla stessa barca: è ora di alzarsi

Coronavirus, siamo tutti sulla stessa barca: è ora di alzarsi
Da una settimana e mezzo il nostro Paese è percorso da due virus. Il primo è biologico, lo abbiamo chiamato Covid, ed è il re incontrastato del circo mediatico, dei nostri discorsi, del nostro modo di comportarci. L'altro, il secondo, è un virus immateriale, ed è dilagato e continua a dilagare assai più velocemente del primo: è il virus della paura, o dell'angoscia, per dirla con il filosofo Umberto Galimberti, ovvero, un timore non di qualcosa di tangibile, visibile, razionale, ma fatto di chiacchiere, impressione, reazioni emotive. Attraverso la rete, i telegiornali, i talkshow ha contagiato un numero di persone enormemente più elevato di quello colpito dal Coronavirus, persone di tutte le età e di qualsiasi condizione socio-economica, ben al di là dei focolai e delle zone rosse, incurante dei cordoni sanitari, beffardo nei confronti di qualunque quarantena. Se ci pensate, quest'altro virus sta ricevendo un'attenzione senza precedenti: sta avendo una copertura mediatica quant'altri mai hanno avuto, neanche le principali e più recenti catastrofi, dal terremoto dell'Aquila del 2009 a quello nel centro Italia del 2016, dalla tragedia dell'albergo di Rigopiano al crollo del ponte di Genova, ed ormai è evidente che sia così possente da paralizzare gli sforzi per contenere la diffusione dell'altro virus, di dilatare gli effetti sull'economia e di disunire l'Italia, come abbiamo visto ad Ischia, dove una gentildonna se l'è presa con un pullman di turisti liguri, o nel caso del barista irpino tornato a casa da Milano per paura e maledetto dai suoi stessi paesani. Ma poi la diffidenza ce l'abbiamo in casa: sono tornati dal nord un mucchio di studenti, parenti ed affini, e li abbiamo guardati con sospetto e li sfuggiamo come appestati. Siamo evoluti, ultramoderni ed ipertecnologici, ma le reazioni ad una crisi epidemica sono le stesse del 1600, quando la peste provocò un milione di morti, del 1918, quando l'influenza spagnola infettò 500 milioni di persone e ne uccise decine e decine di milioni, dal 3 al 5% della popolazione mondiale dell'epoca addirittura, o della fine degli anni '50 dello scorso secolo, quando l'asiatica mandò al Creatore circa due milioni di persone. Si percepisce la fobia da contatto, l'incubo immanente ci spinge a dare la caccia agli untori, che prima erano i cinesi ed adesso siamo diventati noi. L'infezione da Coronavirus è un'epidemia più mediatica che sanitaria, con una diffusione tuttora abbastanza circoscritta e tassi di mortalità simili a quelli dell'influenza, anche se quello che sta accadendo ci obbliga a continui aggiornamenti. Il guaio è che neanche gli scienziati, a cui vorremmo aggrapparci per avere qualche certezza, hanno mostrato univocità di pareri sulla reale gravità della situazione e sugli scenari futuri, sicché la paura ha travolto anche lo scoglio più sicuro. Se perfino uno scienziato s'ingrifa per un like in più è la fine. Le misure di contrasto, per esempio, vanno seguite perché quello che per una persona in buona salute sarebbe poco più di un raffreddore potrebbe passare a qualcuno che poi lo passa a qualcuno che poi lo passa un anziano immunodepresso, diabetico, o ad un giovane malato oncologico, cioè ad una persona debole, e dunque meno attrezzata per difendersi. Non solo: una diffusione capillare del virus avrebbe un effetto drammatico sulla nostra sanità. Il 10% dei contagiati finisce in terapia intensiva, e già in Lombardia e Veneto non ci sono quasi più posti. Se non ci sono più posti, se non sono disponibili macchine per intubare in Lombardia e Veneto che succederebbe in Calabria? In attesa che arrivi un vaccino bisogna pensare ed agire collettivamente. E responsabilmente. Se si manda a reti ed edicole unificate lo stesso messaggio non ci si può meravigliare se poi le città si svuotano, i turisti disdicono le prenotazioni, l'export crolla, le aziende chiudono. In questo fine inverno del 2020 abbiamo drammaticamente capito che la barca è una sola, che non ci sono un piano ed un pianeta B, che quello che accade a 10 mila chilometri da noi ci riguarda, sia esso un virus diffuso in un mercato del pesce cinese o lo scioglimento dei ghiacci in Antartide. È suonata la sveglia. È ora di alzarsi.

Francesco Sibilla